Capitolo chiuso?

Sto ripensando alla mia  “stagione dominicana” (in senso letterario) e ho la vaga impressione – forse quasi la certezza –  che sia in fase di declino… . Non traduco più da un bel po’. Qualche scrittore mi contatta ancora, ma non mi sento più l’entusiasmo di qualche anno fa.  Sarà che sto invecchiando, sarà che con le mie sole forze non penso che riuscirei a fare più di quel che ho fatto, e trovare *forze* di supporto non è poi così semplice. Resta il fatto che è stato tutto molto bello e che mi restano  in eredità  un periodo pieno di soddisfazioni e diversi buoni amici.

Resta anche il diario che avevo scritto per Intramel quando ero nel pieno del vortice letterario. Lo ripropongo, perché alla fine è pur sempre una piacevole lettura.

Buon divertimento!

Prima puntata
Settembre 2004:
Da grande vorrei fare la traduttrice letteraria.

_Un po’ per celia, un po’ per non morire _, alle soglie del mezzo secolo penso che sia ora di dare una svolta ( un’altra?), di riprovare a misurarmi con me stessa, di rimettermi in gioco.
Una vecchia passione, la letteratura, langue da tempo immemorabile senza essersi però mai spenta. Sotto quella cenere c’è ancora qualche scintilla… è lì che devo soffiare.
E allora lascia un po’ da parte contratti e procure, mi sono detta, e vai a ricercare il tuo vecchio amore.
Un corso di traduzione letteraria, per tornare sui banchi, per riaprire la mente, per riprendere la penna in mano. Sono emozionata come un remigino quel primo giorno di lezione, a Siena. Mi sento anche un po’ fuori luogo, in mezzo a compagni che possono essermi figli. Ma tant’è. Conta lo spirito… e l’entusiasmo non manca.
Il tempo vola. Ogni settimana c’è un testo da tradurre a casa per il laboratorio della settimana successiva. Ciascuno di noi propone un racconto, una poesia, un pezzo di teatro, quello che più gli piace.
All’inizio del master il professore ha chiesto se abbiamo delle predilezioni relative a paesi di lingua spagnola. Beh, Cuba è già battuta, l’Argentina e il Cile anche. Può esserci molto ancora da scoprire, è vero, ma la strada è già aperta. Allora bisogna trovare qualcosa di originale, qualcosa di cui si sappia – letterariamente parlando – il meno possibile. Santo Domingo? Una ricerca in rete mi dice che forse ci ho visto giusto. C’è pochissimo in italiano, c’è tantissimo come produzione.
Navigo, leggo, scarico, stampo a più non posso e alla fine scelgo cosa portare il lunedì successivo.
Il mio primo “incontro” è stato con Virgilio Díaz Grullón.
Chi è costui? _ diranno subito i miei piccoli lettori _…
Uno scrittore dominicano. Ignoto in Italia. Considerato un maestro del racconto psicologico.

Ecco un brano tratto da *La enemiga * .
Cuando Esther sacó la muñeca de la caja vi que sus ojos, provistos de negras y gruesas pestañas que parecían humanas, se abrían o cerraban según se la inclinara hacia atrás o hacia adelante y que aquella idiotez se producía al mismo tiempo que un tenue vagido que parecía salir de su vientre invisible. Mi hermana recibió su regalo con un entusiasmo exagerado. Brincó de alegría al comprobar el contenido del paquete y cuando terminó de desempacarlo tomó la muñeca en brazos y salió corriendo hacia el patio. Yo no la seguí y pasé el resto del día deambulando por la casa sin hacer nada en especial. Esther comió y cenó aquel día con la muñeca en el regazo y se fue con ella a la cama sin acordarse de que habíamos convenido en clasificar esa noche los sellos africanos que habíamos canjeado la víspera por los que teníamos repetidos de América del Sur.
Nada cambió durante los días siguientes. Esther se concentró en su nuevo juguete en forma tan absorbente que apenas nos veíamos en las horas de comida. Yo estaba realmente preocupado, y con razón, en vista de las ilusiones que me había forjado de tenerla a mi disposición durante las vacaciones. No podía construir el refugio sin su ayuda y me era imposible ocuparme yo solo de la caza de mariposas y de la clasificación de los sellos, aparte de que me aburría mortalmente tirar hacia arriba la pelota de béisbol y apararla yo mismo. Al cuarto día de la llegada de la muñeca ya estaba convencido de que tenía que hacer algo para retornar las cosas a la normalidad que su presencia había interrumpido. Dos días después sabía exactamente qué. Esa misma noche, cuando todos dormían en la casa, entre de puntillas en la habitación de Esther y tomé la muñeca de su lado sin despertar a mi hermana a pesar del triste vagido que produjo al moverla. Pasé sin hacer ruido al cuarto donde papá guarda su caja de herramientas y cogí el cuchillo de monte y el más pesado de los martillos y, todavía de puntillas, tomé una toalla del cuarto de baño y me fui al fondo del patio, junto al pozo muerto que ya nadie usa. Puse la toalla abierta sobre la yerba, coloqué en ella la muñeca -que cerró los ojos como si presintiera el peligro- y de tres violentos martillazos le pulvericé la cabeza. Luego desarticulé con el cuchillo las cuatro extremidades y, después de sobreponerme al susto que me dio oír el vagido por última vez, descuarticé el torso, los brazos y las piernas convirtiéndolos en un montón de piececitas menudas. Entonces enrollé la toalla envolviendo los despojos y tiré el bulto completo por el negro agujero del pozo. Tan pronto regresé a mi cama me dormí profundamente por primera vez en mucho tiempo.

LA NEMICA
Quando Esther tirò fuori la bambola dalla scatola vidi che i suoi occhi, muniti di ciglia nere e folte che sembravano umane, si aprivano o si chiudevano a seconda se veniva inclinata in avanti o all’indietro e che quella scemenza si verificava contemporaneamente all’emissione di un tenue vagito che pareva uscire dal suo ventre invisibile.
Mia sorella ricevette il suo regalo con un entusiasmo esagerato. Fece salti di gioia vedendo il contenuto del pacchetto e quando ebbe terminato di scartarlo prese in braccio la bambola e uscì di corsa in cortile. Io non la seguii e passai il resto della giornata vagando per la casa senza far niente di speciale.
Quel giorno Esther pranzò e cenò con la bambola in grembo e andò anche a letto con lei, senza ricordarsi che per quella sera avevamo deciso di catalogare i francobolli africani che avevamo barattato il giorno prima in cambio dei nostri doppioni dell’America del Sud.
Niente cambiò nei giorni seguenti. Esther era concentrata sul suo nuovo giocattolo in modo così esclusivo che ci vedevamo sì e no all’ora dei pasti. Io ero realmente preoccupato, e a ragione, viste le illusioni che mi ero fatto di averla a mia disposizione per le vacanze. Non potevo costruire il rifugio senza il suo aiuto e mi era impossibile occuparmi da solo della caccia alle farfalle e della catalogazione dei francobolli, oltre ad annoiarmi a morte tirando in alto la palla da baseball e ricevendola io stesso.
Dopo quattro giorni dall’arrivo della bambola mi ero ormai convinto che dovevo fare qualcosa per riportare la situazione a quella normalità che la sua presenza aveva interrotto. Due giorni dopo sapevo esattamente che cosa.
Quella stessa notte, mentre tutti in casa dormivano, entrai in punta di piedi nella camera di Esther e presi la bambola che le stava accanto, senza che mia sorella si svegliasse nonostante il triste vagito che la bambola produsse nel muoverla. Senza far rumore andai nella stanza dove papà tiene la sua cassetta degli attrezzi, presi il coltello da caccia e il più pesante dei martelli e, sempre in punta di piedi, presi dal bagno un asciugamano e andai in fondo al cortile, vicino al pozzo che nessuno usa più. Misi l’asciugamano aperto sull’erba, vi deposi sopra la bambola – che chiuse gli occhi come se presagisse il pericolo – e con tre violente martellate le ridussi la testa in polvere.
Poi con il coltello le disarticolai le quattro estremità e, superato lo spavento che mi provocò l’udire il vagito per l’ultima volta, le squartai il tronco, le braccia e le gambe, trasformandoli in un mucchio di piccoli pezzi. Quindi arrotolai l’asciugamano, avvolgendo le spoglie, e gettai tutto l’involto nel nero buco del pozzo. Appena tornai in camera mia dormii profondamente per la prima volta dopo tanto tempo.
Sono stata fortunata. Non mi sono imbattuta in dominicanismi, sono arrivata in fondo alla traduzione abbastanza tranquillamente. La volta successiva scelgo un racconto di Juan Bosch, capostipite del racconto latinoamericano. E qui sudo un po’ di più, specialmente nel rendere il linguaggio del tagliatore di canna haitiano che parla spagnolo alla sua maniera, infarcendolo di francesismi.

LUIS PIE
Pegado a la tierra, con sus ojos desorbitados por el pavor, veía crecer el fuego cuando le pareció o ir tropel de caballos, voces de mando y tiros. Rápidamente levantó la cabeza. La esperanza le embriagó.
-¡Bonyé, Bonyé -clamó casi llorando-, ayuda a mué, gran Bonyé; tú salva a mué de murí quemá!
¡Iba a salvarlo el buen Dios de los desgraciados! Su instinto le hizo agudizar todos los sentidos. Aplicó el oído para saber en qué dirección estaban sus presuntos salvadores; buscó con los ojos la presencia de esos dominicanos generosos que iban a sacarlo del infierno de llamas en que se hallaba. Dando la mayor amplitud posible a su voz, gritó estentóreamente:
-¡Dominiquén bon, aquí ta mué, Luí Pie! ¡Salva a mué, dominiquén bon!
Entonces oyó que alguien vociferaba desde el otro lado del cañaveral. La voz decía:
-¡Por aquí, por aquí! ¡Corran, que está cogió! ¡Corran, que se puede ir!
Olvidándose de su fiebre y de su pierna, Luis Pie se incorporó y corrió. Iba cojeando, dando saltos, hasta que tropezó y cayó de bruces. Volvió a pararse al tiempo que miraba hacia el cielo y mascullaba:
-Oh Bonyé, gran Bonyé que ta ayudan a mué…
En ese mismo instante la alegría le cortó el habla, pues a su frente, irrumpiendo por entre las cañas, acababa de aparecer un hombre a caballo, un salvador.
-¡Aquí está, corran! -demandó el hombre dirigiéndose a los que le seguían.

LUIS PIE
Incollato alla terra, con gli occhi fuori dalle orbite dalla paura, vedeva crescere il fuoco, quando gli parve di sentire scalpitio di cavalli, voci che impartivano ordini e spari. Rapidamente alzò la testa. La speranza lo inebriò.
– Bondié, Bondié – invocò quasi piangendo -, aiuta me, gran Bondié; tu salva me da morir brucià!
Lo avrebbe salvato sì, il buon Dio dei disgraziati! Il suo istinto gli fece aguzzare tutti i sensi. Tese le orecchie per capire da che parte fossero i suoi presunti salvatori; cercò con lo sguardo la presenza di questi dominicani generosi che lo avrebbero tirato fuori dall’inferno di fiamme in cui si trovava. Dando alla sua voce la più ampia estensione che poté, gridò stentoreamente:
– Buon dominican, è qui me, Luí Pie! Salva me, bravo dominicano!
Udì allora che qualcuno gridava dall’altro lato del canneto. La voce diceva:
– Da questa parte, da questa parte ! Correte, che l’abbiamo preso ! Correte, che può scappare!
Dimenticandosi della febbre e della gamba, Luis Pie si sollevò e corse. Zoppicava, saltava, e alla fine inciampò e cadde bocconi. Si rialzò, guardando nello stesso tempo in direzione del cielo e farfugliando:
-Oh Bondié, gran Bondié che sta aiutando me…
In quello stesso istante l’allegria gli troncò la parola, perché davanti a lui, sbucando dalle canne, era appena comparso un uomo a cavallo, un salvatore.
– Eccolo, correte! – intimò l’uomo rivolgendosi a quelli che lo seguivano.

La palestra del lunedì ci impegna davvero. Coloro ai quali non tocca presentare il testo, devono comunque leggere in anticipo la traduzione del compagno di turno, in modo da poter fornire suggerimenti, critiche e alternative durante le ore di lezione. Una fatica, ma anche una bella crescita.

Seconda puntata
Gennaio 2005:
Lo voglio vivo.

Devo decidere cosa tradurre come elaborato finale del master. Con che criterio scelgo il *mio* autore? Su quale genere letterario mi oriento? Escludo la poesia – troppo difficile per una novellina; escludo la letteratura per l’infanzia – non ne ho la vocazione; escludo una raccolta di racconti – preferisco un’opera intera; resta quindi il romanzo. Lungo? Breve? Storico? Di fantasia? Mamma mia, quanti dubbi. E intanto continuo a cercare ispirazione nella musa Rete, navigando, navigando, navigando…
Trovo Pedro Camilo e il primo capitolo del suo romanzo breve “Chat”.
Beh, mi dico, con questo la prima difficoltà di traduzione – il titolo – sarebbe superata in partenza! Alla lettura, mi sembra un testo piacevole, proponibile a qualche editore e, soprattutto, di un autore vivente. Sì, perché volevo assolutamente poter comunicare con l’autore del lavoro che stavo per tradurre. Quindi non doveva essere morto!
Per avere il libro intero faccio appello a un’amica in vacanza a Santo Domingo, che me lo porta al suo ritorno. Ora posso cominciare.
Ma da dove??
Primo: chiedendo all’editore l’autorizzazione a tradurre.
Una e-mail che spiega il mio progetto parte ai primi di febbraio. E poi i giorni non passano mai. Paura di aver fatto un buco nell’acqua. Di dover ricominciare a cercare. Di non ricevere risposta. Fino a quando la risposta arriva. Positiva.
Comincio a tradurre segnando a margine tutti i dubbi, le incertezze, le ignoranze. E riempio quattro pagine fitte di domande che devono trovare risposta. La risposta deve uscire dalla penna
(dalla tastiera) dell’autore. Chiedo di nuovo aiuto all’editore, ma sembra sparito nel nulla. Ad aprile sono quasi senza speranza, con le mie domande senza risposta e i miei dubbi irrisolti.
Poi la sorpresa: una e-mail dell’autore:

Estimada María Antonieta:
Primero, debo presentarme. Soy Pedro Camilo, escritor dominicano, autor de la novela Chat. Por encargo del señor Orlando Inoa, le escribo para ponerme a sus gratas órdenes. Ojalá que esta oportunidad sea propicia para comenzar a estrechar los vínculos de la amistad sincera.
Un abrazo.
Pedro.

È vivo, mi ha scritto e si mette a disposizione: cosa sperare di più? È il 17 giugno.
Gli dico che vorrei andarlo a trovare per intervistarlo di persona. Che ho tante domande da fargli. Che avrei previsto la partenza per il 10 luglio.
Mi risponde che alla data del mio arrivo sarà all’aeroporto e dice:

Me gustaría tener de antemano las preguntas que usted ha ido elaborando, para así comenzar a estudiarlas con tiempo y darle una apropiada respuesta. En realidad, estoy muy entusiasmado con su visita y con la traducción que usted hará de mi novela.

Gli mando le pagine di domande. I dubbi sono su molti modi di dire tipici dominicani, sui cibi menzionati nel testo, sull’interpretazione di alcune frasi, sui riferimenti letterari presenti nel libro, insomma un terzo grado a cui non si sottrae, anzi…

Este mensaje me llenó de mucha alegría, porque en él está contenido una de las ambiciones de un escritor: la traducción de su obra. Y ciertamente, me llenó de admiración el método que usted utiliza para realizar su trabajo. A usted no se le escapa ningún detalle. … Dedicaré el próximo fin de semana para responder todas las preguntas e inquietudes contenidas en su lista anexa. Para mí será un placer efectuar esta labor, porque será una forma de volver a vivir los orgasmomentos de la creación de Chat. Pienso que estaremos vibrando, durante este fin de semana, en la misma onda de nuestros intereses: interpretar un texto que al ser escrito por un servidor, no tuvo mayor pretensión que ser portador de una historia erótica, divertida y transgresora, como pienso que debe ser la vida misma.

Terza puntata
Luglio 2005:
Si parte

Pedro Camilo occupa il suo fine settimana ad esaminare il mio questionario, mi aspetta all’aroporto, mi dice che è entusuasta della mia visita e del fatto che il suo libro sia tradotto.E mi fa anche i complimenti per il metodo che ho usato. Troppa grazia.
Ho le valigie quasi pronte. Il mio viaggio di studio a Santo Domingo per incontrare l’autore è organizzato e mancano pochi giorni alla partenza. Il mio primo sogno si sta per realizzare: conoscere lo scrittore. Un altro sogno rimane invece nel cassetto: pubblicare il libro. Penso che non sarà affatto facile, che forse non ce la farò mai – guarda quanta gente c’è che propone libri figurati se a qualcuno interessa proprio il tuo – che poi si vedrà.
E intanto navigo a caso in internet, tanto per fare qualcosa. Quando si dice il caso….
*Concorso internazionale di narrativa e poesia *: mi si accende una lampadina.
* Casa editrice di Viareggio*: si accende tutto il lampadario.
Scorro velocemente il bando e vedo che uno dei racconti che ho tradotto come compito a casa potrebbe anche partecipare, perché no? È un racconto un po’strano, erotico-clericale, con una caratteristica stilistica peculiare: quasi privo di punteggiatura. E poi è di Pedro Camilo.

Como viento en el arpa
Desde hacía mucho tiempo sor María Magdalena había sucumbido con una pasión verdadera frente al empaque tan galano del sacerdote Jesús Montoya porque ciertamente el cura Montoya más que un simple pastor de rebaño parecía un artista de cine con su pelo de azabache recogido en un hermoso rodete que caía sobre la bronceada nuca de minotauro del padre Jesús Montoya quien tenía los ojos verdes y la nariz casi perfecta y poseía una barba de capuchino acicalada en uno de los mejores salones de belleza de la gran urbe donde el prelado ejercía con mucho acierto su ministerio sacerdotal.
Y en una iglesia cercana al convento de sor María Magdalena el reverendo decía misa y confesaba puntualmente y asimismo desde su púlpito de caoba lanzaba sermones dominicales traspasados por la inefable magia de la oratoria divina y el curita Montoya se empinaba y con los brazos elevados soltaba frases y frases que tenían el viejo perfume de las cosas sagradas.
Lentamente pero de manera inexorable esa verborrea infinita entraba por los oídos de sor María Magdalena y electrizaba sus más recónditas células mientras ella permanecía muy cerca del comulgatorio con su cabeza inclinada hacia arriba y sus ojos cerrados y sus manos juntas en señal de oración y el sacerdote continuaba su prédica y con gran astucia dejaba salir el dulce melisma de los salmos y la picardía mansa del cantar de los cantares y así para confundir a las beatas y a los legionarios y a las Hijas de María mezclaba con mucha habilidad los proverbios de Salomón con las cartas a los Corintios y las profecías de Baruc con el Evangelio según Mateo.

Come vento nell’arpa
Era tanto tempo che suor Maria Magdalena soggiaceva ad una vera passione per l’aspetto così attraente del sacerdote Jesús Montoya perché certamente il curato Montoya più che un semplice pastore d’anime sembrava un divo del cinema con i suoi capelli color giaietto raccolti in una bella crocchia che poggiava sulla nuca da Minotauro abbronzata di padre Jesús Montoya che aveva occhi verdi e il naso quasi perfetto e una barba da cappuccino acconciata in uno dei migliori saloni di bellezza della grande città in cui il prelato esercitava con molto successo il suo ministero sacerdotale.
E in una chiesa vicina al convento di suor Maria Magdalena il reverendo diceva messa e confessava puntualmente e inoltre dal suo pulpito di mogano lanciava sermoni domenicali pervasi dall’ineffabile magia dell’oratoria divina e il bel prete Montoya si ergeva e con le braccia alzate pronunciava fiumi di frasi che avevano il vecchio profumo delle cose sacre.
Lentamente ma in modo inesorabile questa logorrea infinita entrava nelle orecchie di suor Maria Magdalena ed elettrizzava le sue più recondite cellule mentre rimaneva molto vicina alla balaustra con la testa rivolta verso l’alto e gli occhi chiusi e le mani giunte in segno di preghiera e il sacerdote continuava la sua predica e con grande astuzia lasciava svanire il dolce melisma dei salmi e la bonaria malizia del cantico dei cantici e così per confondere le beghine e i legionari e le Figlie di Maria mescolava con molta abilità i proverbi di Salomone con le Lettere ai Corinzi e le profezie di Baruk con il Vangelo secondo Matteo.

Non è stato facile tradurlo. Un fiume di parole da coordinare senza quasi usare punti e virgole, cercando di mantenere la fluidità dell’originale. Al limite della sfida.
Il bando scade fra dieci giorni e io fra quattro giorni parto. Non c’è tempo da perdere. Alzo la cornetta e chiamo la casa editrice. Spiego rapidamente chi sono e cosa sto facendo e chiedo se posso far partecipare al concorso il racconto che ho tradotto. Il giorno dopo sono a Viareggio con il testo da consegnare. L’editore lo scorre e mi chiede se non ne ho altri. No, non ne ho altri e non ho neanche modo di procurarmeli prima della scadenza. Miracolo: l’editore mi dice che posso cercare altri racconti e tradurli mentre sono a Santo Domingo, che eccezionalmente proroga per me la scadenza al 13 agosto, tre giorni dopo il mio rientro. Vuol dire che bisogna correre.
Vuol dire che devo avvisare l’autore per prima cosa che è “concorrente” ( eh, sì, nella fretta non gli ho neanche chiesto il permesso, ma so che ne sarà contentissimo) e poi che sparga la voce fra i suoi colleghi.
Lavoro con frenesia nei venti giorni caraibici. Non vedo quasi neanche il mare. Però vedo tantissimi scrittori! In fondo ero lì per quello, no?
I dominicani sono felici del fatto che qualcuno si occupi della loro letteratura. Mi spalancano tutte le porte. Mi intervistano alla radio, organizzano incontri in varie città, per raccogliere anche gli scrittori della “periferia”, si coinvolge il Ministero della cultura, l’Accademia dominicana della lingua. Boh, ma sta capitando proprio a me?
E accumulo libri, esperienze, idee, con un entusiasmo in continuo crescendo.
Il mio bottino letterario pro-concorso consiste in cinque nuovi racconti e dodici poesie, che arrivano con me in Italia già belli e pronti per essere consegnati, tradotti di giorno, di notte, in aeroporto. Una maratona. In attesa del 17 settembre, il giorno della premiazione.
Nel frattempo stringo il rapporto con l’editore, proponendogli la pubblicazione della mia tesi di master ( l’ormai famoso Chat) e di un altro romanzo che avanza una teoria nuova sulla scoperta dell’America. Me ne ha parlato uno degli scrittori a concorso. Ce l’ha nel cassetto da cinque anni e non l’ha ancora pubblicato neanche in Spagnolo.
L’editore nicchia, naturalmente. Io non demordo. Devo trovare il modo per convincerlo, ma come?

Quarta puntata
Settembre 2005:
Il concorso.

Sono certa di aver presentato dei buoni autori. Gente che scrive bene. Ma i concorrenti sono oltre duecento e quattrocento le opere inviate. La probabilità di ottenere un buon piazzamento non è elevata. Spero proprio che almeno uno dei premi tocchi a un dominicano. Ho un grosso debito di riconoscenza per tutto quello che hanno fatto per me durante il mio soggiorno laggiù.
La giuria è composta da sette membri. Apprezzeranno? I racconti e le poesie a concorso arrivano anonime in mano ai giurati. Spero per Pedro, per Avelino, per tutti quelli che mi hanno affidato un po’ di loro stessi sotto forma di racconto o di poesia.
Ai primi del mese escono i nomi dei finalisti: dieci per la narrativa e dieci per la poesia. Leggo con trepidazione l’articolo di giornale che riporta i nomi. Ecco, ci siamo. Quattro dei “miei” sono arrivati:due per la poesia e due per la narrativa. Per me è già una soddisfazione. Le e-mail con Santo Domingo volano. L’ansia cresce, le speranze si alimentano.
Mi scrive Avelino Stanley, uno dei finalisti:

Oye, ¿te imaginas que hasta yo estoy algo nervioso? ¿Cómo haremos cuando se sepa el veredicto? ¿A qué hora será? Es que estaré en Santiago, pues mañana es las inauguración de la Feria del Libro que nuestra Secretaría tiene allí y me voy desde hoy viernes, de nuevo, pues había regresado anoche. Pero mucho me gustaría saber la hora, para conectarme por ahí y ver el resultado si me lo envías.

È il 17 settembre. Il salone di rappresentanza del Comune di Viareggio è gremito.
Il tavolo della giuria al completo. Io sto in fondo, con la mia piccola claque (hai visto mai?). Si comincia dalla sezione poesia, dove ho due finalisti. I primi a ritirare il riconoscimento sono i “menzionati speciali”. Dopo un paio di nomi sento pronunciare il titolo di una delle *mie* poesie: Magico specchio, di Guido Riggio Pou. Mi avvio a ritirare la pergamena, contenta come una pasqua. Almeno non torno a casa a mani vuote. Non faccio in tempo a sedermi che sento la voce del presentatore intrecciarsi nella pronuncia di un nome strano: Aléxis Gomez Rosa. Ancora uno dei miei, l’altro finalista della sezione poesia. Terzo classificato con la poesia Ferryboat di una notte invertebrata, che mi aveva dato del filo da torcere, che non mi era piaciuta per niente, che ero stata tentata di non presentare nemmeno. Menomale che non avevo ascoltato l’istinto.
Ritiro targa e pergamena, poi un’attrice legge la poesia. Con un’espressione, un ritmo, un tono di voce tali che quasi non la riconosco. Ma sono quelle le *mie* parole? È quella la poesia che ho tradotto a casa di Pedro, lamentandomi che non ci capivo nulla, chiedendo disperatamente lumi a lui, a suo fratello, a sua moglie? Sarà di certo merito della voce recitante.

Ferryboat de una noche invertebrada

Hacia el final de tus latidos,
el ferryboat corta la rosa de los vientos,
entre otras amputaciones y cicatrices
frente a la noche de un solo temblor.
En el ojo izquierdo:
pulso de águila,
guardo pequeñas travesías
que en tu cuerpo se pierden,
y hace olvido,
porque nuevos naufragios
el ojo derecho inicia y te bendice
señora,
por altas planicies
menos mía,
que el vaivén sobrecogido
en tu piel que delira y adormece
los sentidos.
Aprendiz de brujo,
te observo y me extravío
por tu fosforescente desnudez;
más lírica cuanto más te abandonas;
sorprendida,
y en la lengua te anudas
con un prontuario inútil
de sílabas líquidas,
entrecortadas,
como si en ellas se borraran
tus párpados de amarilla enfermedad,
y el mar y su infinito sombrío
que alimentaran
su inequívoco paisaje.

Animal hecho de la materia prima
de la muerte.
Sobre tu cuerpo la noche
avanza mi palabra en el tiempo,
el ferry muge anclado bajo el bostezo
de los astros:
el agua parlanchina
que intercambia el cifrado mensaje
de tu elocuencia danzaria.

Mujer,
manantial de niebla, trampa
del paraíso.
Gime tu piel en su castillo
el día,
se levanta intranquilo
ante tus ojos narcóticos
de contracción sedienta, irredimible.
En ellos cabe la urdimbre
de la incontinencia y del desasosiego,
el tránsito del amor en la ciudad
donde sangra,
el sol de tu quimera.

Ferryboat di una notte invertebrata

Alla fine dei tuoi palpiti,
il ferryboat taglia la rosa dei venti,
fra altre amputazioni e cicatrici
innanzi alla notte di un unico tremore.
Nell’occhio sinistro:
battito d’aquila,
nascondo piccole traversate
che nel tuo corpo sfumano
ed ecco l’oblio,
perché nuovi naufragi
l’occhio destro inizia e ti benedice
signora,
per elevati altopiani
meno mia,
del va e vieni impaurito
nella tua pelle che delira e addormenta
i sensi.
Apprendista stregone,
ti osservo e mi smarrisco
per la tua nudità fosforescente;
tanto più lirica quanto più ti abbandoni;
sorpresa
e nel linguaggio ti spogli
con un prontuario inutile
di sillabe liquide,
interrotte,
come se in esse si cancellassero
le tue ciglia di malattia ingiallite
e il mare e il suo infinito stupore
che alimentano
il suo inequivoco paesaggio.

Animale fatto della materia prima
della morte.
Sul tuo corpo la notte
manda avanti la mia parola nel tempo,
il ferry muggisce ancorato sotto lo sbadiglio
degli astri:
l’acqua chiacchierina
che risponde al messaggio cifrato
della tua eloquenza danzatrice.

Donna,
fonte di nebbia, scala
del paradiso.
Geme la pelle tua nel suo castello
il giorno,
si alza agitato
davanti ai tuoi occhi narcotici
di contrazione riarsa, irredimibile.
In essi è contenuta la trama
dell’incontinenza e del dubbio,
il transito dell’amore nella città
da cui sanguina,
il sole della tua chimera.

Soddisfatta e ignara che il bello deve ancora venire, mi siedo al mio posto e ascolto le menzioni per la sezione racconto; poi ha inizio la classifica dei dieci finalisti, a partire dal basso. Non mi rendo neanche conto che è già stato assegnato il terzo premio e che i miei non sono ancora stati chiamati. Poi sento dire: “Ecco ancora un nome straniero!”. Torno sul palco. È Manuel Salvador Gautier, uno scrittore anziano, che ha cominciato la sua carriera letteraria all’età della pensione, dopo aver smesso di fare l’architetto. La sua famiglia non voleva un artista, gli hanno impedito, da giovane, di realizzare le sue aspirazioni letterarie. Ma lui ha tenuto duro. Se le è custodite bene dentro; ora si dedica appieno alla scrittura e guida un gruppo di giovani. Ha già vinto dei premi al suo paese; adesso anche all’estero. Per la prima volta. Il suo racconto è splendido.

URIAS
Cuando, hace apenas unos días, nuestro rey David dio instrucciones al jefe militar Joab de enviarme a Jerusalén, yo conocía el motivo. Aquellos que permanecen en nuestras poblaciones no tienen idea de lo rápido que llegan al campo de guerra las noticias de lo que ocurre por allá, y más aún, tratándose de algún escándalo provocado por el Rey. Entre los oficiales y los soldados, la comidilla palaciega más reciente era la historia de la mujer que se bañaba en la azotea de su casa y que el Rey divisó desde una ventana alta de su mansión, la mandó a buscar y la poseyó. Hasta yo me reí cuando la oí contar, dispuesto a celebrar las aventuras del hombre mujeriego que es nuestro Rey. En un momento dado, me di cuenta que la historia de la mujer en la azotea tenía que ver conmigo. Nadie me trató la relación; noté, tan sólo, que, después de comentado el chisme por primera vez delante de mí, ninguno de los compañeros a mi alrededor estaba dispuesto a compartirlo conmigo de nuevo. Hablé con el oficial a cargo del correo, un viejo amigo de muchas lides; él había estado en Jerusalén últimamente y debía saber todos los detalles del caso. Le expuse mi inquietud. “¿Quién es la mujer? “, le pregunté, sin más rodeos. El amigo me dio el nombre y me dijo más, me informó que la mujer estaba encinta del Rey. Me recomendó prudencia. Era Betsabé, mi consorte.
No es la primera vez que Betsabé me traiciona; pero, al menos, las otras veces lo hizo con sujetos que pude eliminar. Yo disimulaba una ofensa cualquiera con el individuo en cuestión para provocar un duelo que yo siempre ganaba, pues soy un adversario imbatible. Si esto no era conveniente, yo pagaba sicarios para que despacharan al individuo lejos de mi casa, de manera que no cayeran sospechas sobre mi familia, especialmente, sobre Betsabé. Así limpiaba mi honor.
Esta vez era inadmisible adoptar una de esas opciones, pues el Rey, para un soldado, es intocable. Además, nuestro Rey David está muy bien custodiado. De hecho, las veces que estuvimos juntos en su palacio había varios miembros de su escolta muy cerca de nosotros; cualquier movimiento extraño que yo hiciera, me inmovilizaban.
Yo, Urías heteo, soy un hombre de bien. Un soldado. Admito que, para ser un regicida, hay que convertirse en un rebelde que desafíe la autoridad del Rey, y yo no lo soy. Siempre obedeceré las órdenes de guerra que se me den. Las órdenes de guerra, no las artimañas para engatusarme.

URIA
…..Quando, soltanto pochi giorni fa, il nostro Re David dette ordine al comandante militare Gioab di inviarmi a Gerusalemme, io sapevo il motivo. Quelli che restano nei villaggi non hanno idea di quanto rapidamente si diffondano sul campo di guerra le notizie di ciò che capita laggiù, a maggior ragione se si tratta di uno scandalo provocato dal Re. Fra gli ufficiali e i soldati, il bocconcino prelibato più attuale era la storia della donna che faceva il bagno sulla terrazza di casa sua e che il Re vide da una finestra dei piani alti della sua magione, la mandò a prendere e la possedette. Perfino io risi quando la sentii raccontare, pronto ad applaudire le avventure di quel donnaiolo del nostro Re. Ma ad un certo momento mi resi conto che la storia della donna sul terrazzo aveva qualcosa a che fare con me. Non mi disse nulla nessuno; notai, soltanto, che dopo avere raccontato il pettegolezzo davanti a me la prima volta, nessuno dei compagni che mi circondavano era disposto a condividerlo di nuovo con me. Parlai con l’ufficiale incaricato della posta, un vecchio amico di tante risse; era stato a Gerusalemme ultimamente e di certo sapeva tutti i particolari del caso. Gli espressi i miei dubbi. “Chi è quella donna?” gli domandai senza tanti preamboli. L’amico mi fece il nome e mi disse anche di più, mi informò che la donna era incinta del Re. Mi consigliò la prudenza. Era Betsabea, mia moglie.
Non è la prima volta che Bestsabea mi tradisce; però, almeno, le altre volte lo aveva fatto con qualcuno che potevo eliminare. Io fingevo di essere in qualche modo offeso con l’individuo in questione per provocare un duello che vincevo sempre io, infatti sono un avversario imbattibile. Se questo non mi conveniva, pagavo dei sicari perché uccidessero l’individuo lontano da casa mia, in modo che non cadessero sospetti sulla mia famiglia, specialmente su Betsabea. E così lavavo il mio onore.
Questa volta non era possibile adottare una di queste soluzioni, perchè il Re, per un soldato, è intoccabile. E poi, il nostro Re David è molto ben protetto. In effetti, quelle volte che siamo stati insieme nel suo palazzo c’erano molti componenti della sua scorta vicino a noi; qualunque movimento strano io facessi, mi immobilizzavano.
Io, Uria eteo, sono una persona per bene. Un soldato. Ammetto che per essere un regicida bisogna trasformarsi in un ribelle che disconosca l’autorità del Re, e io non lo sono. Obbedirò sempre agli ordini di guerra che mi vengono impartiti. Agli ordini di guerra, non alle manfrine per abbindolarmi.

Il secondo premio è suo. Ne sono felice, se lo merita oltre che per la sua tenacia, per la grande carica umana che ha. Non vedo l’ora di telefonargli per dirglielo… ma manca solo un premio e un autore. E l’autore che manca è Avelino Stanley, ancora un dominicano, ancora un premio, IL PRIMO!! Mi frulla tutto nella mente in una frazione di secondo, mentre sento il presentatore che dice “Resti pure qui signora e spero che abbia un furgoncino per portarsi via tutti i premi!”. Ringrazio dentro di me tutti i dominicani che mi hanno dato fiducia. Mi viene chiesto di raccontare in breve la storia vincitrice. Mi imbroglio, sbaglio, mi emoziono, concludo dicendo che è meglio che ciascuno legga il racconto da sé.
È veramente troppo: tre premi su sei e una menzione.
Ecco: questo è l’argomento che convincerà l’editore a pubblicare i libri che mi stanno a cuore.

Quinta puntata
Ottobre 2005:
“Arriverò in capo al mondo”

Non posso neanche immaginare i fiumi di rum che scorrono a Santo Domingo per questa molteplice vittoria. Mi bombardano di email straripanti di allegria e di soddisfazione. Non era mai successa una cosa così. Mi ringraziano per aver portato la loro voce fuori dai confini della *media isla*, come la chiamano loro. Mi chiedono se sto riuscendo a far pubblicare qualcosa.
Ci sto provando, in effetti.
Dopo il successo del concorso l’editore sembra più disposto. Insisto con Chat, di cui gli ho già dato la traduzione, e chiedo ad Avelino Stanley di mandarmi il dattiloscritto di *Al fin del mundo me iré *, il libro di cui mi aveva parlato a luglio, che mi aveva molto colpito, ma del quale non avevo osato chiedergli il testo, per pudore (ingiustificato?).
La mia prima richiesta rimane lettera morta. Si sarà seccato? Non vorrà darmelo? Non si fiderà?
Io persevero. Gli scrivo di nuovo, spiegando che sto spingendo su un editore, che il romanzo è molto interessante a quanto mi ha raccontato, che ci terrei a leggerlo tutto.
E la risposta arriva:

* Maria Antonietta, en realidad como comprenderás es mucha la gente que suele venir donde uno que si son agentes literarios, que sin son de tal o cual editora, etc. Sin embargo, en tu caso, has sido todo el tiempo muy franca. Pues ni siquiera diste seguridad de nada con respecto a las ediciones. Pero tienes algo que me encanta, y es tu tenacidad. Con tu tenacidad sé que puedes llegar tan lejos como te lo propongas, o más aún. En fin, te mando esta novela porque siento tu preocupación como la mía. Te recuerdo que esa novela es MI NIÑA BONITA, en la que tengo mucha fe, pues la he trabajado por más de 15 años, así es que a ver qué pasa *.

Non sto nella pelle. Una dimostrazione di fiducia notevole. Un riconoscimento alla mia fatica e al modo in cui mi sono proposta. So che questo romanzo è già in mano ad un altro editore italiano ( GROSSO) che aveva partecipato alla Feria del Libro di Santo Domingo ad Aprile, dove l’Italia era ospite d’onore. Dico tutto questo all’editore. Gli do il primo capitolo tradotto. Partono le trattative per l’acquisto dei diritti. Devo un po’- tanto – sudare, convincere, limare, oltre che fare da mediatore linguistico, perché l’editore non sa lo spagnolo e tutta la corrispondenza passa attraverso di me. Alla fine si firmano due contratti: *Chat* e *Al fin del mundo me iré*. Uscita: dicembre. Un’altra maratona. E firmo anche i miei primi due contratti di traduzione. Un parto gemellare, mi dico, al quale si aggiunge un terzo fratellino: una raccolta di racconti che comprenda i non vincitori del concorso e altri da cercare, leggere, valutare e tradurre. L’editore si è lanciato!
Insomma, mi sto facendo una bella esperienza… e sto affinando le mie arti diplomatiche.
Nel frattempo le voci corrono. I quotidiani dominicani pubblicano la notizia dei premi italiani a scrittori dominicani, l’Ambasciata d’Italia legge e io ricevo una e-mail da Avelino Stanley che mi chiede se sono disposta a tornare a Santo Domingo per consegnare i trofei ai vincitori: l’Ambasciatore organizzerà un cocktail per l’occasione.

He conversado con el Señor Embajador de Italia en Dominicana. El había visto la noticia del premio por los periódicos dominicanos (¡qué crees, lo hemos promovido!). Me ha dicho que le gustaría que hiciéramos una promoción del premio conjuntamente con la Embajada de Italia aquí en Dominicana. Venía conmigo la Encargada de Relaciones Internacionales de la Secretaría de Cultura. Con ella hemos visto lo siguiente: si tú pudieras venir al país, pudiéramos hacer una acto donde esté presente la Embajada y la Secretaría de Cultura. Así, con la presencia del Embajador y el Secretario de Cultura, hacemos un cocktail donde se entreguen los tres premios a los tres ganadores.

Disposta?? Già pronta!!! Volo. E il 4 novembre riparto con una valigia di targhe e pergamene.
Non avrei mai pensato di tornare entro così poco tempo. E per un’occasione del genere.

Che il titolo del libro di Avelino non sia di buon auspicio anche per me?

***

Dicembre 2005 – Una grande emozione

Quando l’editore mi chiama per dirmi che i libri sono stampati provo una grande emozione, superata poi da quella che sento quando, poco dopo, sono a Viareggio e li vedo, li prendo in mano, sfoglio le pagine. Sono venuti bene? C’è tutto?
Come quando chiesi all’ostetrica se il mio bambino appena partorito aveva le mani e i piedi, con tutte le dita!
Trovo qualche refuso… una pugnalata.
Però sono i miei primi libri tradotti. La realizzazione di un desiderio grande. La materializzazione di tanto lavoro e di tanto impegno. L’esito di una sfida a me stessa.
Fra qualche giorno arrivano gli autori, per la presentazione dei loro libri. Il legame con Santo Domingo si stringe, si rafforza.
Abbiamo organizzato vari incontri: in un liceo scientifico a Firenze, alla Provincia di Lucca, al Comune di Viareggio, alla sala convegni del Principe di Piemonte, all’Università di Siena.
Porto in giro gli scrittori con la mia utilitaria, che si sente molto onorata e non fa neanche un capriccio in quei giorni.
Il libro di punta è * Arriverò in capo al mondo*, con la sua teoria _ innovatrice _sulla scoperta dell’america ( che l’autore documenta e che dice essere disposto a sostenere di fronte a qualsiasi storico) e i suoi affascinanti racconti sulla mitologia, gli usi e i costumi dei Taino, la popolazione precolombiana che abitava l’isola a quei tempi.
Un romanzo che propone la stessa realtà da due punti di vista: Colombo da un lato e Guacanagarix, cacicco di Marién, dall’altro. Gli stessi eventi da due diverse prospettive, a capitoli alterni. Una delle insegnanti del liceo fiorentino lo adotta nelle sue tre classi come lettura per le vacanze di natale. Un’altra bella soddisfazione.
È stato tutto così rapido, così inaspettato, così travolgente che non mi sembra neanche vero.
E poi, cosa di non scarso rilievo in una situazione editoriale in cui il traduttore è abbastanza misconosciuto, questa volta la figura professionale è stata ben visibile ( TROPPO?): un piccolo sasso lanciato nel mare, da un’esordiente attempata.
Come diceva il buon maestro Manzi: * Non è mai troppo tardi *.

CONCLUSIONE: E ORA CHE SI FA?

È stato bello sapere che chi ha letto il mio diario si è sentito spronato e incoraggiato. Ringrazio gli intameliani che mi hanno scritto e quelli
che sono rimasti in silenzio. Mi ha fatto molto piacere condividere questa esperienza con tutti voi.
Sta per uscire il terzo libro, l’antologia *Voci da Quisqueya*, il terzo e ultimo libro per il quale ho il contratto di traduzione e cura. Dopo… il
buio editoriale. La mia ultima fatica è stata quella di scrivere la prefazione, che voglio *regalare* in anteprima a chi mi ha seguito fin qui:

Quisqueya: un nome intrigante, che evoca luoghi lontani e misteriosi; il nome con cui i Taíno chiamavano la loro isola e che voleva dire “la
terra più grande”.
Oggi i Taíno non ci sono più, la loro terra è meglio nota come Hispaniola, ma la magia resta. È quella di un paradiso da scoprire, da vivere, da
gustare nelle sue forme, nei suoi profumi, nei suoi sapori, nelle sue espressioni.
Le voci di questa raccolta sono quelle di autori che offrono al lettore uno spaccato della letteratura contemporanea del loro paese, in cui il
racconto rappresenta uno dei generi letterari più diffusi, grazie alla scuola del grande maestro del racconto latino-americano, lo scrittore e uomo
politico dominicano Juan Bosch.
Sono voci dai timbri diversi, ma accomunate da un profondo senso di interiorità, dal sapiente scavare nelle pieghe dell’animo umano, nella
psicologia individuale, nei meandri spesso contorti della mente.
Voci che non gridano, ma che lasciano il segno.
Il filo conduttore della raccolta è la mimesi sogno-realtà, la condizione sospesa dell’essere umano, in bilico fra l’essere e l’immaginarsi, fra
la percezione che ha di se stesso e il modo in cui lo vedono gli altri.
Dal primo all’ultimo racconto, l’aspetto psicologico costituisce un elemento essenziale della narrazione: lo scrittore che non riesce a dar corpo alla sua opera e mette in atto un crimine per vivere di persona la storia che intende narrare; il macinatore di riso la cui forza incarna la compensazione di un’orrenda mutilazione patita per una sua strana forma di generosità mal interpretata; le sofferenze fisiche e psicologiche di giovani violentate, il cui riscatto si compie secondo modalità diverse; la follia onirica di suor Maria Magdalena, innamorata del bel prete Montoya.
Gli autori inseriti in questa raccolta appartengono all’ “oggi” della letteratura dominicana, il cui panorama è davvero ampio. Molti di loro
provengono da studi umanistici e dispiegano il loro talento in forma autonoma. Altri fanno parte di gruppi letterari, dei quali seguono i postulati, come nel caso di José Martín Paulino, appartenente al gruppo dei “Contestualisti” diretto da Cayo Claudio Espinal, o degli ultimi quattro nomi – Manuel Salvador Gautier, Miguel Emilio Solano, Pedro Camilo e Jaime Tatem Brache – tutti appartenenti al “Movimento Interiorista” diretto da Bruno Rosario Candelier, il movimento più longevo del Paese, che ha festeggiato nel 2005 il quindicesimo anno di vita.
Attorno al gruppo interiorista dell’Ateneo Insular, con diramazioni in vari paesi latinoamericani, negli Stati Uniti e in Spagna, si radunano molte
importanti voci letterarie dominicane, che forgiano le loro opere sui tre postulati fondamentali dell’interiorismo – mitologia, mistica e metafisica.
Letteratura metafisica intesa come superamento della letteratura reale e della letteratura immaginaria grazie all’aggiunta dei concetti di trascendenza, di tenerezza e di amore universale, che consentono di svelare la parte recondita e misteriosa della realtà.
Una realtà intrigante come il nome antico dell’isola, come la sua natura, come i sentimenti che un fiore può suscitare in quella terra “in cui si
vive l’immensità senza ombra di frontiere”, come dice Miguel Solano in una sua poesia, con la quale concludo.

Rosa Rossa!

Oh, Rosa Rossa!
In questi momenti
dov’è il tuo sorriso che con tanta
insistenza mi accarezza?
Oh, Rosa Rossa!
Fiore senza profumo certo
e con l’universo che lo spande
Oh, Rosa Rossa!
Cammino e lì c’è il tuo sorriso
questa curva che va dritto
al mio cuore.
Oh, Rosa Rossa!
Conservo ancora dentro di me
e sopravvivrà in eterno
questo tuo colore
che riempie la mia pace.
Oh, Rosa Rossa!
Sei il fiore che esprime
ciò che il colore deve dire
Oh, Rosa Rossa!
Devo continuare con l’immaginazione
del mio udito che rompe il silenzio
della tua voce?
Oh, Rosa Rossa!
Devo continuare con i miei sogni
che divorano la tua immagine
Oh, Rosa Rossa!
Come posso digerire l’intima
luce dei tuoi occhi?
Oh, Rosa Rossa!
Continuerò ad anelare il ferreo
colpo d’ala delle tue braccia
che percorrono la mia immaginazione
per vederti là
nel punto in cui si vive
l’immensità senza ombra di frontiere.

Questo è stato l’inizio. Niente male, direi. Ora c’è da andare avanti.
Bisogna trovare nuovi editori, proporre altri libri, ricercare nuovi autori anche di altri paesi. Parto avvantaggiata presentandomi con tre titoli
pubblicati, ma credo che sarà dura ripetere un’esperienza così straordinaria. E allora, quando mi sentirò un po’ giù, quando mi sembrerà tutto difficile, rileggerò il mio *diario-prozac*, e via!
Maria Antonietta

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One thought on “Capitolo chiuso?

  1. Ola, em primeiro lugar quero vos felicitar pelo ?ptimo trabalho que estao a desenvolver neste site. Como espectador desta novela vou voltar para acompanhar os vossos posts que estao optimos.

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