Asseverazione o solo timbro e firma del traduttore “ufficiale”?

Sollecitata dalla domanda che una collega ha rivolto ieri alla lista LANGIT,  ho riflettuto sul perché alcuni clienti ci chiedano a volte di non asseverare  in tribunale la traduzione di certi documenti, accontentandosi semplicemente del nostro timbro e firma in calce ai documenti tradotti, e soprattutto sul perché essi siano poi accettati come validi dal destinatario.

Ripenso alla mia esperienza e la casistica mi dice che questa procedura mi è stata richiesta più volte per la traduzione di  titoli di studio da presentare ad aziende estere, ai fini dell’assunzione.

Forse la chiave del mistero sta  proprio  nel destinatario e nell’utilizzo del documento tradotto.

Mi spiego meglio.

Se traduco un decreto ingiuntivo  per il recupero di un credito vantato nei confronti di un cliente straniero, la mia traduzione sarà da utilizzare in giudizio e dovrà quindi avere tutti i crismi dell’ufficialità (asseverazione, marche da bollo, timbri del Tribunale, apostille). Lo stesso vale, ad esempio,  per la traduzione di un testamento, di un atto di compravendita immobiliare o di un certificato di nascita/matrimonio/morte,  in quanto afferenti alla sfera pubblica.

Se invece, per ipotesi,  sono un farmacista e la società farmaceutica inglese “Pills & Suppositories” che mi vuole assumere ha bisogno di vedere il mio certificato di laurea e di poterci capire qualcosa, poco importa alla Pills & Suppositories di marche e asseverazione.  Sarà sufficiente per lei ricevere un documento tradotto da un qualcuno che abbia titolo a farlo e che si dichiari tale. Quel documento tradotto non avrà infatti altro scopo che quello di essere compreso e quindi inserito nel mio dossier.  Non sarà utilizzato in giudizio, non servirà a far valere diritti: se ne starà tranquillo nell’archivio dell’azienda.

Il problema per noi traduttori italiani  sta nell’ identificazione di quel “qualcuno che abbia titolo a farlo e che si dichiari tale”.

Negli altri Paesi europei la figura del traduttore giurato è ben definita: si supera un esame e si ottiene la qualifica e l’autorizzazione a eseguire traduzioni giurate.

Da noi non è così. Chiunque può asseverare una traduzione e amen.

Esiste però l’Albo dei CTU, l’iscrizione al quale conferisce una certa aura di ufficialità.

Spiega il Ministero degli Esteri:

“Non esistendo in Italia la figura professionale del traduttore ufficiale,  viene di norma richiesta dai Paesi esteri la traduzione da parte di traduttori giurati iscritti all’albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU) esistenti presso ogni Tribunale. Poiché la decisione di accettare o meno una traduzione giurata/ufficiale/asseverata è del Paese dove il documento deve essere presentato, sarà quindi necessario accertarsi caso per caso se viene accettata anche una traduzione effettuata da altri soggetti.
La Presidenza del Consiglio dei Ministri in data 15.12.1980 (…) nell’intervenire  sulla problematica delle traduzioni ha fornito una definizione di tale  figura: “per traduttori ufficiali devono intendersi tutti coloro in grado di fornire una traduzione ‘ufficiale’ di un testo straniero, e cioè quei soggetti che, particolarmente competenti in lingue straniere, sono in grado di procedere ad una fedele versione del testo originario fornendo ad essa il crisma della ‘ufficialità’ in forza di una preesistente abilitazione (iscrizione agli albi) o mediante successive procedure (es. giuramento)”.

Ergo: se sono iscritto all’albo dei CTU nessuno mi vieta di farmi un timbro con nome, cognome e numero di iscrizione e di fornire a chi me lo chieda traduzioni NON ASSEVERATE ma solo firmate e timbrate, avvisando comunque  il cliente del non valore ai fini legali  di tale procedura.  E se va bene a lui…

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